sabato 5 marzo 2016

Bett Show 2016




Quando mi è stato proposto di partecipare al Bett Show a Londra, ho accettato pensando che potesse essere un’occasione per ampliare la mia formazione.
Avevo già sentito parlare di questo appuntamento, ma in termini molto generici e le poche notizie che avevo si limitavano al fatto che si trattasse della più grande fiera internazionale dedicata all’educazione, alla didattica e alle nuove tecnologie.
Avrei condiviso l’impegno con altre due colleghe, Barbara Berti e Tanya Ghirardini. E così, dopo esserci registrate all’evento qualche giorno prima della partenza e dopo aver concordato il fitto programma da seguire, il 20 gennaio siamo volate a Londra.  
Quando siamo arrivate al Bett, quello che ci ha particolarmente colpito è stato il considerevole e ordinato flusso di persone che si apprestavano a entrare. Messo al collo il nostro badge, ci siamo mescolate agli altri e abbiamo cominciato l’avventura. Inizialmente abbiamo avuto bisogno di qualche momento per organizzarci, ma in questo siamo state aiutate dalla corposa guida di cui ci siamo munite. Abbiamo cominciato ad aggirarci tra i vari stand e fin da subito abbiamo toccato con mano il grande interesse, ma anche l’enorme volume di affari, che ruota intorno al mondo della scuola. Le proposte di programmi e di applicazioni ad uso educativo e didattico erano davvero molteplici anche se la quasi totalità a pagamento. È emerso in modo assolutamente chiaro che il sistema scolastico anglosassone è già, non solo proiettato, ma completamente immerso nella tecnologia. È un sistema che si è posto ormai da tempo nell’ottica del cambiamento e che, nel pensiero comune, ha raggiunto già la consapevolezza che una scuola moderna rappresenta il primo motore di innovazione e di sviluppo, anche in termini di risorse umane, per un Paese.
Abbiamo continuato la nostra visita pronte ad affrontare il primo workshop. Infatti, la fiera proponeva numerosi momenti di approfondimento dislocati in più punti dell’area espositiva. I vari seminari si susseguivano a ritmi serrati e avevano una durata che variava dai trenta ai quarantacinque minuti. Il nostro programma ne aveva fissati alcuni legati a tematiche precedentemente concordate, quali l’uso educativo–didattico dei device mobili e l’individuazione di nuove tecniche e metodologie centrate sull’alunno e destinate a sviluppare competenze negli apprendimenti di base; abbiamo riservato alla prima tematica i workshop del primo giorno della fiera e alla seconda quelli dell’indomani.

Per quanto riguarda la prima serie di seminari, il quadro che ne è risultato è stato chiaro e univoco: non ci si può sottrarre all’uso della tecnologia, anzi bisogna ricorrervi. Il più importante cambiamento sociale degli ultimi anni è stato proprio l’avvento delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione digitale. Gli studenti di oggi, prima ancora di arrivare sui banchi, hanno modo di interagire a fondo con i mezzi informatici e questo ha cambiato il loro modo di comunicare, di raccogliere informazioni, persino di pensare. Andare incontro a questa trasformazione significa ridurre la distanza tra i "nativi digitali" e la scuola che è chiamata a formarsi e ad aggiornarsi. Gli insegnanti non possono ricorrere occasionalmente alle risorse tecnologiche, ma devono saper programmare le loro attività consentendo l’uso in classe da parte degli studenti, a fini didattici, di smartphone e tablet; devono conoscere e devono saper gestire quelli che sono i social più diffusi tra i ragazzi come Facebook, Instagram e Twitter. Ascoltando i vari relatori abbiamo capito che, in molte scuole della Gran Bretagna, questo tipo di impostazione scolastica, non solo è stata avviata, ma funziona a pieno regime.

A questo punto, da parte nostra, sono scattate delle amare riflessioni sullo stato, dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, della scuola italiana che, a parte qualche isola felice, fa fatica a rimanere al passo. Certo, bisogna sottolineare che il sistema anglosassone è diverso dal nostro e può contare su maggiori disponibilità finanziarie e questo, naturalmente, apre un altro ordine di considerazioni.

Relativamente ai workshop sulle nuove tecniche e metodologie didattiche, abbiamo privilegiato quelli che si occupavano principalmente di “flipped classroom”. L’ idea è quella di capovolgere la classe, invertendo il tradizionale schema di insegnamento e apprendimento, facendo dell’aula non più un luogo di trasmissione delle nozioni, ma uno spazio dove si impara ad utilizzarle nel confronto con i pari e con l’insegnante. Il docente fornisce ai ragazzi tutti i materiali utili all’argomento di studio (libri, presentazioni, siti web, video tutorial ecc…) e i ragazzi, da soli o in gruppo, e ognuno nel rispetto dei propri tempi, hanno modo di realizzare a casa le prime esperienze di apprendimento attivo, che verranno poi continuate con compagni e docenti in classe.
All’interno della fiera, infine, un altro settore massicciamente rappresentato è stato quello della robotica e del coding che sono fra gli elementi caratterizzanti di molte scuole anglosassoni.
Secondo questo approccio, i ragazzi al termine del loro percorso scolastico, anche quelli degli ordini inferiori, dovrebbero essere in grado non solo di usare il computer, ma anche di produrre semplici programmi.
La visita al BETT di Londra è stata per me l’occasione per conoscere più da vicino il mondo della tecnologia applicata alla didattica e, nel corso dell’esperienza, ho avuto modo di confrontarmi continuamente con le mie compagne di viaggio. Quella che ho conosciuto è una realtà affascinante che spinge a percorrere, entro brevissimi tempi, la strada dell’innovazione per rimanere agganciati al mondo dei giovani e per allineare il tempo della scuola a quello della contemporaneità.
In conclusione, al termine dell’intera esperienza, il messaggio che sento di poter fare mio e di voler condividere, è che il punto cruciale non è tanto se usare o meno la tecnologia, ma come usarla bene!

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