Quando mi è stato proposto di
partecipare al Bett Show a Londra, ho accettato pensando che potesse essere un’occasione
per ampliare la mia formazione.
Avevo già sentito parlare di questo
appuntamento, ma in termini molto generici e le poche notizie che avevo si
limitavano al fatto che si trattasse della più grande fiera internazionale
dedicata all’educazione, alla didattica e alle nuove tecnologie.
Avrei condiviso l’impegno con altre due
colleghe, Barbara Berti e Tanya Ghirardini. E così, dopo esserci registrate
all’evento qualche giorno prima della partenza e dopo aver concordato il fitto
programma da seguire, il 20 gennaio siamo volate a Londra.
Quando siamo arrivate al Bett, quello
che ci ha particolarmente colpito è stato il considerevole e ordinato flusso di
persone che si apprestavano a entrare. Messo al collo il nostro badge,
ci siamo mescolate agli altri e abbiamo cominciato l’avventura. Inizialmente
abbiamo avuto bisogno di qualche momento per organizzarci, ma in questo siamo
state aiutate dalla corposa guida di cui ci siamo munite. Abbiamo cominciato ad
aggirarci tra i vari stand e fin da subito abbiamo toccato con mano il grande
interesse, ma anche l’enorme volume di affari, che ruota intorno al mondo della
scuola. Le proposte di programmi e di applicazioni ad uso educativo e didattico
erano davvero molteplici anche se la quasi totalità a pagamento. È emerso in
modo assolutamente chiaro che il sistema scolastico anglosassone è già, non
solo proiettato, ma completamente immerso nella tecnologia. È un sistema che si
è posto ormai da tempo nell’ottica del cambiamento e che, nel pensiero comune,
ha raggiunto già la consapevolezza che una scuola moderna rappresenta il primo
motore di innovazione e di sviluppo, anche in termini di risorse umane, per un
Paese.
Abbiamo continuato la nostra visita
pronte ad affrontare il primo workshop. Infatti, la fiera proponeva
numerosi momenti di approfondimento dislocati in più punti dell’area
espositiva. I vari seminari si susseguivano a ritmi serrati e avevano una
durata che variava dai trenta ai quarantacinque minuti. Il nostro programma ne
aveva fissati alcuni legati a tematiche precedentemente concordate, quali l’uso
educativo–didattico dei device mobili e l’individuazione di nuove
tecniche e metodologie centrate sull’alunno e destinate a sviluppare competenze
negli apprendimenti di base; abbiamo riservato alla prima tematica i workshop
del primo giorno della fiera e alla seconda quelli dell’indomani.
Per quanto riguarda la prima serie di
seminari, il quadro che ne è risultato è stato chiaro e univoco: non ci si può
sottrarre all’uso della tecnologia, anzi bisogna ricorrervi. Il più importante
cambiamento sociale degli ultimi anni è stato proprio l’avvento delle
tecnologie dell'informazione e della comunicazione digitale. Gli studenti di
oggi, prima ancora di arrivare sui banchi, hanno modo di interagire a fondo con
i mezzi informatici e questo ha cambiato il loro modo di comunicare, di
raccogliere informazioni, persino di pensare. Andare incontro a questa
trasformazione significa ridurre la distanza tra i "nativi digitali"
e la scuola che è chiamata a formarsi e ad aggiornarsi. Gli insegnanti non
possono ricorrere occasionalmente alle risorse tecnologiche, ma devono saper
programmare le loro attività consentendo l’uso in classe da parte degli
studenti, a fini didattici, di smartphone e tablet; devono conoscere
e devono saper gestire quelli che sono i social più diffusi tra i
ragazzi come Facebook, Instagram e Twitter. Ascoltando i vari relatori
abbiamo capito che, in molte scuole della Gran Bretagna, questo tipo di
impostazione scolastica, non solo è stata avviata, ma funziona a pieno regime.
A questo punto, da parte nostra, sono scattate delle amare riflessioni
sullo stato, dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, della scuola
italiana che, a parte qualche isola felice, fa fatica a rimanere al passo.
Certo, bisogna sottolineare che il sistema anglosassone è diverso dal nostro e
può contare su maggiori disponibilità finanziarie e questo, naturalmente, apre
un altro ordine di considerazioni.
Relativamente ai workshop sulle
nuove tecniche e metodologie didattiche, abbiamo privilegiato quelli che si
occupavano principalmente di “flipped classroom”. L’ idea è quella di
capovolgere la classe, invertendo il tradizionale schema di insegnamento e
apprendimento, facendo dell’aula non più un luogo di trasmissione delle
nozioni, ma uno spazio dove si impara ad utilizzarle nel confronto con i pari e
con l’insegnante. Il docente fornisce ai ragazzi tutti i materiali utili
all’argomento di studio (libri, presentazioni, siti web, video tutorial ecc…) e
i ragazzi, da soli o in gruppo, e ognuno nel rispetto dei propri tempi, hanno
modo di realizzare a casa le prime esperienze di apprendimento attivo, che
verranno poi continuate con compagni e docenti in classe.
All’interno della fiera, infine, un
altro settore massicciamente rappresentato è stato quello della robotica e del coding
che sono fra gli elementi caratterizzanti di molte scuole anglosassoni.
Secondo questo approccio, i ragazzi al
termine del loro percorso scolastico, anche quelli degli ordini inferiori,
dovrebbero essere in grado non solo di usare il computer, ma anche di produrre
semplici programmi.
La visita al BETT di Londra è stata per
me l’occasione per conoscere più da vicino il mondo della tecnologia applicata
alla didattica e, nel corso dell’esperienza, ho avuto modo di confrontarmi
continuamente con le mie compagne di viaggio. Quella che ho conosciuto è una
realtà affascinante che spinge a percorrere, entro brevissimi tempi, la strada
dell’innovazione per rimanere agganciati al mondo dei giovani e per allineare
il tempo della scuola a quello della contemporaneità.
In conclusione, al termine dell’intera
esperienza, il messaggio che sento di poter fare mio e di voler condividere, è
che il punto cruciale non è tanto se usare o meno la tecnologia, ma come usarla
bene!

Nessun commento:
Posta un commento